p 505 .

  30 . Il maggior peso delle motivazioni politiche.
  
  Da:  D.  K.  Fieldhouse, Imperialism. An Historiographical Revision,
in F. Catalano, Stato e societ nei secoli, terzo, G. D'Anna, Messina-
Firenze, 1966.
     
         Un    importante   contributo   al   dibattito   sull'origine
         dell'imperialismo   venuto da studiosi  che,  criticando  le
         interpretazioni  di Hobson e di Lenin, i quali  consideravano
         determinanti  le cause di tipo economico (vedi letture  28  e
         29),  hanno  assegnato un maggior peso a  fattori  di  ordine
         politico  e  sociologico. Lo storico  inglese  David  Kenneth
         Fieldhouse  collega  l'espansione coloniale  alla  situazione
         dell'Europa  a  partire  dal 1870,  quando  ebbe  inizio  una
         crescente   rivalit   tra  gli  stati,  vennero   nuovamente
         applicate tariffe protettive e "la potenza militare torn  ad
         essere  il criterio, il metro della grandezza nazionale".  In
         tal  modo  divenne  sempre  pi  popolare  l'idea  imperiale,
         fondata   su   "concetti   assurdi,   irrazionali   come   la
         superiorit della razza e il prestigio della nazione".
     
Il  grosso fatto significativo degli anni dopo il 1870 fu che l'Europa
torn  ad  essere ancora una volta un campo di battaglia. La creazione
di una Germania unita, la sconfitta dell'Austria e, soprattutto, della
Francia  dovevano dominare il pensiero europeo fino al  1914.  Tra  la
Germania  e  la Francia si ergeva la questione dell'Alsazia-Lorena;  e
per  entrambe la preoccupazione prima era ormai un sistema di alleanze
che  potesse  consentire, da parte tedesca di prevenire  un  eventuale
contrattacco francese, e, da parte francese, potesse rendere possibile
la  revanche. Inevitabilmente il resto dell'Europa fu trascinato nella
politica  dell'equilibrio dei poteri tra questi due Stati; e per  ogni
uomo  di  Stato  la potenza militare torn ad essere il  criterio,  il
metro  della  grandezza  nazionale. Altrettanto inevitabilmente,  tale
stato  di  cose con le sue analogie, con la politica del  diciottesimo
secolo,  port con s un ritorno agli atteggiamenti del mercantilismo.
L'emigrazione verso paesi stranieri, invece di essere considerata come
valvola  di sicurezza economica, divenne ancora una volta una  perdita
di   potenziale  umano  ai  fini  militari  o  manifatturieri;  e   le
statistiche demografiche tornarono ad essere misura di forza nazionale
relativa.  Tornarono daccapo le tariffe protettive,  con  il  primario
scopo  di edificare una autosufficienza nazionale e il potere di  fare
la guerra. [...]
     Fu  l'azione del Bismarck negli anni 1884-85, quando annunci  il
formale   controllo  da  parte  della  Germania  di  zone  dell'Africa
occidentale  e  sud-occidentale  e  della  Nuova  Guinea,  che   diede
effettivamente inizio alla nuova fase dell'imperialismo politico:  per
cui    di  grande importanza esaminare le sue ragioni nel  dare  alla
Germania  una "politica coloniale". [...] Nel 1884 il Bismarck  sembra
aver deciso che era ormai ora per lui di smettere di recitare la parte
dell'onesto mediatore nelle liti di altre potenze a proposito dei loro
possedimenti - Congo ed Egitto, per farne un esempio - e che, per  due
motivi, l'uno e l'altro essenzialmente diplomatici, la Germania doveva
a questo punto mettere sul tavolo le sue rivendicazioni sulle colonie.
Primo  motivo:  era  desiderabile su un piano politico  mostrare  alla
Francia  come  l'aiuto prestato recentemente alla Gran Bretagna  nella
questione  egiziana  non comportasse nessun atteggiamento  ostile  nei
suoi  confronti,  dal  momento  che lui  era  attualmente  disposto  a
un'azione  per  cui  la  Gran Bretagna si sarebbe  risentita.  Secondo
motivo:  si  doveva  far  vedere alla Gran Bretagna  che  il  sostegno
ricevuto  dalla Germania in campo coloniale doveva essere ripagato  da
una pi stretta cooperazione in Europa.
     In  senso  stretto,  la corsa alle colonie fu il  prodotto  della
diplomazia,  pi che di qualche altra forza pi positiva. La  Germania
diede  l'esempio  reclamando il controllo esclusivo sulle  aree  nelle
quali essa aveva un sostenibile complesso di interessi commerciali, ma
solo  come mezzo per aggiungere una dimensione nuova alla sua  potenza
internazionale  di trattativa, sia in vista di quello  che  aveva  gi
preso, sia in vista di quello che avrebbe potuto esigere in futuro. Il
processo
     
     p 506 .
     
     non  poteva,  quindi, essere arrestato; poich in  condizioni  di
tensione   politica,  il  timore  di  essere  lasciati   fuori   dalla
spartizione  del globo passava sopra a qualsiasi altra considerazione.
L'Inghilterra fu, forse, la sola a mostrare una sincera  riluttanza  a
prendersi la sua porzione; il che fu dovuto tanto all'enorme posta  in
gioco  nella conservazione di uno status quo per ragioni di commercio,
quanto  al  suo  persistente  realismo nella  valutazione  del  valore
sostanziale,  effettivo delle terre in questione. E il  fatto  che  si
inserisse  a sua volta nella competizione, dimostra fino a  che  punto
fossero  contagiose  le nuove forze. In effetti, sino  alla  fine  del
secolo,  l'imperialismo pu essere visto meglio come  estensione  alla
periferia  della lotta politica in Europa. Al centro l'equilibrio  era
sistemato  cos  bene, che non era possibile nessuna azione  positiva,
nessun  mutamento importante nella posizione o nel territorio  di  una
delle  parti. Ecco dunque che le colonie divennero il mezzo per uscire
dall'impasse; fonti di forza diplomatica, accessioni territoriali  che
davano  prestigio, speranza di futuro sviluppo economico. Nuovi  mondi
stavano  per  essere messi in vita, nella vana speranza che  avrebbero
conservato o raddrizzato l'equilibrio del vecchio mondo. [...]
     L'effettiva   rottura  nella  continuit   dello   sviluppo   del
diciannovesimo  secolo - la rapida estensione del controllo  "formale"
su zone indipendenti dell'Africa e dell'Oriente - fu nella sua origine
un  fenomeno  specificamente politico, il  prodotto  di  timori  e  di
rivalit  nell'ambito  europeo.  La  gara  per  le  colonie,   essendo
altrettanto  tipica  di  paesi economicamente  deboli  come  l'Italia,
quanto  di altri in possesso di grandi risorse di capitale disponibile
per  collocamento oltremare, fu davvero, con la maggiore evidenza,  un
ritorno  alle  origini  nel senso dell'imperialismo  del  diciottesimo
secolo,   piuttosto  che  il  tipico  prodotto  del  capitalismo   del
diciannovesimo  in  una  fase avanzata. E il  fervore  ideologico  che
divenne il tratto dominante del movimento imperialistico dopo gli anni
'90  fu pi il risultato naturale di questo febbrile nazionalismo  che
il prodotto artificiale di interessi economici privilegiati. [...]
     Nella  nuova  quasi-democratica Europa  la  popolarit  dell'idea
imperiale segn il rifiuto della sana moralit dei libri contabili,  e
l'adozione di un credo basato su concetti assurdi, irrazionali come la
superiorit della razza e il prestigio della nazione. Sia che  noi  lo
interpretiamo,  come  fece  nel  1919  l'economista  austriaco  J.  A.
Schumpeter,  come  un  ritorno  alle  idee  delle  vecchie   monarchie
autocratiche   dell'ancien  rgime,  o  come  qualcosa,   invece,   di
completamente nuovo - il primo dei miti irrazionali che hanno dominato
la  prima  met del ventesimo secolo - resta chiaro che l'imperialismo
non  pu essere spiegato in semplici termini economici o richiamandosi
al  capitalismo finanziario. Nella sua forma matura pu essere  meglio
descritto  come fenomeno sociologico con radici nei fatti politici;  e
pu  essere  dovutamente  compreso  soltanto  nei  termini  di  quella
medesima isteria sociale, che da allora ha dato origine ad altre e ben
pi  disastrose forme di nazionalismo aggressivo, quali il fascismo  e
il nazional-socialismo di Hitler.
